Attrezzamenti alla Forra del Laverda

Attrezzamenti alla Forra del Laverda

24 ott. 2017  Qualche giorno fa siamo tornati alla Forra del Laverda, a cavallo fra i Comuni di: Lusiana, Marostica e Conco (Altopiano di Asiago) per terminarne l'attrezzamento degli ultimi salti di roccia. La volta scorsa, ci eravamo fermati poco più su della Carega del Diavolo e di li avevamo attrezzato un'uscita dal torrente con armo fisso speleologico che permettesse di arrivare al comodo sentiero che porta in via Foggiati a Crosara di Marostica. Il percorso è molto suggestivo e rapido per chi conosce adeguatamente le tecniche per percorrerlo ma un armo fisso in esterno con corde richiede una manutenzione continua in più sarebbe certamente più bello discendere per intero l'alveo della valle fino alla sua naturale trasformazione in un letto fluviale piano percorribile senza l'aiuto di corde o attrezzature; siamo così partiti io e Giacomo Pilati. All'appello purtroppo mancava Ludy con la quale avevamo configurato l'uscita ma non avendo pututo essere dei nostri ci siamo dovuti arrangiare in due, molta piu fatica ma l'uscita sarebbe stata fattibile ugualmente. Non sapevamo esattamente cosa ci restava da attrezzare per finire la forra, l'ultima volta Maurizio ed Elena avaveno sceso un bel salto e si erano fermati senza corde davanti ad uno scivolo ed una bella pozza d'acqua. In teoria non ci doveva essere tanto altro dopo, forse l'ultimo salto. La forra negli anni prima del nostro passaggio non è stata attrezzata con ancoraggi fissi. I nostri predecessori (speleo): alcuni speleo del GGG e del GSS hanno lasciato segni del loro passaggio anche con qualche chiodo da roccia e una paio di placchette potendo forse all'epoca utilizzare attacchi naturali quali alberi. Una di queste placchette con fettuccia, messe in posa ormai circa 30 anni fa l'abbiamo fatta testare nei laboratori del CENS e tutto sommato si è rotta (la fettuccia) a valori non poi così bassi ma non ci si può certo fidare di attaccarvisi oggi. Dall'anno scorso abbiamo iniziato ad attrezzare la forra con ancoraggi fissi in acciaio che tuttavia non saranno definitivi perchè non conoscendo bene l'idrologia della valle, prima di lasciare qualcosa di permanente vogliamo essere sicuri che siano sufficientemente via dall'acqua e dunque messi in un posto il piu possibile sicuro. Ci caliamo io e Giacomo giù per le ripide pareti dell'ultimo salto attrezzato le volte scorse. Siamo fermi su un tiro di una quindicina di metri che già dal ciglio superiore rivela parte della sua spettacolarità: massoni ciclopici incastrati, impilati l'uno sull'altro hanno chiuso la valle che in quel punto diventa un'enorme fessura. Lo attrezzo e poi scendo seguendo Giacomo che è alle prime esperienze su corda ma se la cava già molto bene. Sulla parete opposta rispetto a quella di calata si apre un covoletto con qualche concrezionamento che fa da cornice ad una sorgentina interstrato. Sullo stesso lato una piega geologica molto articolata, un ambiente molto suggestivo che trasuda un certo mistero, un luogo che se è stato frequentato in tempi antichi ha sicuramente acceso un vivido immaginario fatto di ninfe ed esseri divini. Un tratto a piedi di alcune decine di metri fra la ghiaia del torrente e gli immancabili rifiuti e poi eccoci sopra lo scivolo visto dai nostri compagni mesi prima. La roccia levigatissima che porta alla famigerata pozza. Scendiamo anche questo poi attorno alla pozza non resta che fare un traverso per non bagnarsi perchè l'acqua da l'impressione di essere fonda e putrida. Superata la pozza siamo sopra a un paio di scivoletti molto inclinati e alti qualche metro poi intravedo un luogo che mi sembra familiare. Va avanti Giacomo che mi dice che non ci sono piu salti di roccia. Ecco siamo arrivati alla fine della forra, qui finisce il nostro lavoro di piantare ancoraggi. Ho riconosciuto il posto perchè qui 4 anni fa ci siamo già stati io, Marina e Maurizio risalendo dal basso la valle. Prima di ripiegare sui nostri passi diamo un'occhiata attorno dove potevano esserci cavità o risorgenti importanti e poi via, su. In risalita noto anche una cavernetta in alto e provo ad arrampicarmi purtroppo senza successo, si andrà a vedere cos'è la prossima volta. Tra il disarmo delle corde fisse e quelle che avevamo portato con noi per scendere la parte di forra a noi sconosciuta abbiamo portato su almeno 200 m di corda che insieme al trapano e agli ancoraggi in acciaio si fanno ancora sentire oggi sulle ossa ma abbiamo fatto un bel lavoro, missione compiuta e i posti che abbiamo visto l'hanno valsa tutti la fatica. Valentina Tiberi

 

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