Buso della Giasara, nel regno delle faglie

Buso della Giasara, nel regno delle faglie 

04 sett. 2017  Sabato notte siamo stati a visitare una delle grotte più importanti della scarpata meridionale dell'Altopiano che guarda verso la pianura: il Buso della Giasara, che partendo poco sotto Malga Misca, in Val Ceccona, Conco, scende per oltre 270 m di profondità. Ci aspettavamo una grotta più comune, consueta con i suoi pozzi e le cascatelle d'acqua. Maurizio ci era già stato 6-7 anni fa insieme agli amici del Gruppo Speleologico Settecomuni proprio durante una delle loro puntate esplorative in questa grotta. Gli speleologi asiaghesi hanno lavorato molto all'esplorazione di questa cavità, conosciuta a livello locale perchè utilizzata come giazzera naturale. Le loro numerose uscite di scavo inseguendo la forte e gelida corrente d'aria li ha ripagati di una grotta non comune. Siamo d'accordo di partire da Marostica alle 20. Il sole che inizia a fare capolino dopo la tempesta un paio d'ore prima aprendo il timido miglioramento delle condizioni meteo ci fa esultare. La nostra danza del sole ha funzionato e così si va! Il panorama di luci che si gode da Malga Misca è spettacolare e onnipotente col suo sfondo di fulmini che stanno martellando da qualche parte laggiù la pianura verso il mare. L'ingresso della Giasara è un buco a larghezza d'uomo che subito sotto si allarga in un bel pozzo di una quindicina di metri. Nel scenderlo mi sembra di essere tornata al vicino Buso della Bocchetta, se non chè la calata avviene quasi sempre in appoggio e l'ambiente sembra tagliato in due di netto: da un lato belle morfologie di corrosione, dall'altro una parete che sembra tagliata con il coltello, meno carsificata. Si atterra sull'accumulo di detriti che rappresentava il primo limite della grotta. Tubi innocenti sostengono i sassi scavati e tengono aperta la prosecuzione trovata dagli speleo di Asiago, e ci si può così infilare in un tratto a pozzetti che rappresenta un antico piccolo canyon, con belle marmitte e concrezioni. Le forme sono bellissime ma c'è qualcosa che non torna, una specie di stonatura, di troncatura delle forme: anche qui un bel piano inclinato poco o per nulla carsificato stacca fortemente con il bello scavo del meandro lavorato da un antico torrente. Il canyon sembra sbattergli contro. Sembra chiaro. Una faglia ha tranciato di netto una vecchia grotta che è stata così dislocata in due o più parti: una è quella che vediamo: il bel canyon o il primo pozzo ma l'altra chissà? Chissà dove è finita? La fortuna è stata che il taglio non ha compromesso la percorribilità di questi ambienti se non più in basso dove il pertugio lasciato dal movimento tettonico si è materializzato in una lunga fessura che anni fa ha reso le cose difficili agli speleo asiaghesi. Ogni tanto sulle pareti ci sono croste o piccoli depositi di mineralizzazioni anomale, non di origine carsica, forse connessi al movimento delle faglie. Superato lo stretto, un bel scrosciare di acqua si fa vivo e ci affacciamo dentro un bel pozzo dalla roccia liscissima, un copioso rivolo scorre giù per lo scivolo. Gli fa seguito il bel pozzo di quasi 50 metri chiamato Petit Garcon, più ampio, anch'esso col suo bel scorrimento. Si atterra su un pavimento di blocchi che lasciano aperta la via verso una grande fessura alta diversi metri, che non può non lasciare a bocca aperta un geologo. E' ciò che rimane di una faglia, ma la cosa interessante è che l'acqua che vi scorre tutt'ora non ne ha obliterato le interessanti caratteristiche geologiche: la breccia con i suoi clasti cementati, disgregati durante il movimento e le rocce nerastre e giallastre che ne costituiscono ancora adesso parte del riempimento. Sarebbe interessante farne un'analisi petrografica per capire esattamente cosa sia. Lungo le grandi faglie di questa grotta credo siano passati dei fluidi idrotermali che hanno mineralizzato la roccia, le hanno permeate di minerali di provenienza profonda che non c'entrano niente con le rocce circostanti, in condizioni di elevate pressioni e temperature. Per chi non ha tanta dimestichezza con la geologia spieghiamo che una faglia è un taglio, una rottura che si produce dentro una montagna dovuta a movimenti della crosta terrestre. Una montagna di fatto è diventata tale proprio perchè attraverso questi tagli e spinte le rocce si sono accavallate le une sulle altre. Questi movimenti producono terremoti. Le superfici di "taglio" possono avere estensioni chilometriche e nel mezzo dello sfregamento delle parti rocciose vengono in superficie fluidi e gas, spesso carichi di radioattività. E' quello che deve essere successo in questa parte di montagna dove si apre la Giasara. La Giasara è un mix di una vecchia grotta sopravvissuta ai tagli delle faglie più il vuoto creatosi all'interno delle faglie stesse. Continuamo a seguire questa grossa faglia fino a superare di poco i -200 m di profondità. Purtroppo si è già fatto tardi ed è meglio non scendere oltre altrimenti i nostri amici rimasti a casa si preoccupano. Le peculiarità di questa grotta mi estraniano per tutto il percorso, mi alienano, mi sembra di essere entrata in un altro mondo. Mi aspettavo una grotta forse... più banale? Raccolgo dei campioni per capire cosa sono quelle rocce che non mi voglio troppo azzardare a definire. Sembrano una roccia vulcanica addirittura, sembrava quasi basalto, sembrava, invece forse è una cosa ancora più complessa. La fantasia inizia a viaggiare, a realizzare che da qualche parte li attorno può esserci un vecchio pezzo di Giasara, rimasto improvvisamente isolato dal resto del mondo sotterraneo, quasi una bolla sigillata con il suo carico di vecchia e forse nuova vita, con i suoi minerali, il suo clima, la sue forme di vita che possono essersi specializzate, evolute in un modo tutto loro. Se ci penso bene non è una fantasia in fondo ma una realtà possibile ed intrigante che forse è destinata a rimanere nascosta per sempre.

Durante tutto il percorso dove troviamo acqua notiamo che essa ha un colore biancastro anomalo. Ci viene in mente una possibile contaminazione dalle polveri delle cave soprastanti. Incontriamo anche tante bestiole, piccoli animaletti per lo più però non adattati all'ambiente di grotta, persino a -200 e questo ci fa pensare che possa esserci qualche passaggio che colleghi queste porzioni apparentemente profonde con l'esterno. Ci fa compagnia anche un pipistrello agitato in cima al Petit Garcon, mentre due grandi fossili di rudista, una antico mollusco a forma di calice fanno capolino poco lontano da un frazionamento a circa -70 ad occhio e croce. Ci trastulliamo a fare foto inzuppandoci anche quando capita nelle acque del torrente ma contrariamente a quello che ci aspettavamo la grotta non è per niente fredda. Una bella corrente d'aria si dirige verso l'esterno ma la temperatura è mite e ci farà sudare in salita come in discesa. Alle tre e mezza di domenica mattina siamo fuori soddisfatti e per nulla stanchi ne assonnati. La grotta ci ha gasati. Meriterà altri approfondimenti. Queste le prime impressioni. Ce lo godiamo proprio il panino e qualche patatina mangiati fugacemente e avidamente in macchina mentre rientriamo a casa. Partecipanti a questa uscita: Ludmila Moraru, Maurizio Mottin, Andrea Grigoletto e la sottoscritta, Valentina Tiberi

 

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